Documenti > C'era una volta una Fabbrica in Cina

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Giganteschi T-rex rossi di plastica in gabbia pronti per essere mandati oltre oceano a inghiottire l'occidente; guardie rosse che brandendo un fucile si esibiscono in un balletto in coppia con una Statua della Libertà che indossa scarpe da Tango; ex prostitute che da brave performative artists fotografano sé stesse mentre posano nude al cospetto di una riunione d'affari tra manager di successo. Il tutto inserito in enormi hangar che riportano ancora sui muri in cemento armato gli slogan in vernice rossa del grande Balzo in Avanti comunista.

Caro Mao, siamo nel 2007 e questa è la tua "Pechino 798", l'ex fabbrica d'armi, oggi recuperata come grande contenitore artistico.

"Il futuro dell'Architettura non è più nella nuova edificazione, ma nel recupero delle aree dismesse" - ha del resto sentenziato non più di due anni fa Renzo Piano in occasione della Biennale Architettura di Venezia. Basti pensare al mare di capannoni industriali dell'Europa degli anni '50 recuperati in funzione di "Fabbriche della Cultura", di centri produttivi per arti varie (dalla pittura, al video, dall'artigianato alla fotografia, alla danza).

La società di progettazione culturale Goodwill ne ha censite 120 solo in Italia: l'ex manifattura tabacchi di Cagliari, l'ex fabbrica di caramelle di Rieti, per non parlare dell'Arsenale di Venezia, sono solo alcuni esempi nazionali di queste forme di recupero di fabbriche dismesse che rappresenta ad oggi il 2,6% del Pil Europeo, in grado di dare lavoro a ben 6 milioni di persone.

Il riferimento è sempre quello della Factory di Andy Warhol, primo centro catalizzatore per la nuova produzione artistica americana che ci avrebbe traghettato dal Pop al Postmoderno.

E la "798", costruita negli anni '50 dalla Germania dell'Est in classico stile Bauhaus - oggi il nuovo Greenwich Village di Pechino - fu una delle fabbriche dove vennero condotti i primi esperimenti per la produzione della bomba atomica e dei primi satelliti cinesi. Caduta quasi del tutto in disuso negli anni Ottanta - i suoi operai scesero da più di 20 mila a non più di 4 mila - la distesa di capannoni si svuotò di pari passo con l'avvento della ruggine sui tubi di scappamento e dello scrostarsi dei rossi slogan maoisti verniciati sulle pareti degli hangar.

"Durante l'epoca maoista, sin dalle scuole elementari - sottolinea lo storico Duan Chang Shu -lo "XueGong", un periodo di lavoro in fabbrica, era parte integrante del percorso formativo degli studenti per sentirsi "operai" sin da piccoli. Erano i dirigenti, gli artisti di allora e la 798 e il suo disgregarsi nella storia recente, non rappresenta soltanto la regressione dell'industria centralizzata, ma il disfacimento del sentimento della classe operaia".

Negli anni '90 è nato un nuovo movimento di arte contemporanea nei suburbs di Pechino, fatto di micro-agglomerazioni di artisti indipendenti. Lo status di "artista" di quegli anni era quello dell'eremita ascetico, che fuggiva dalle “4 Modernizzazioni” del premier Deng Xiao Ping e quindi dal centro della città.

Fu un appassionato d'arte americano, Robert Bernell, licenziatosi da direttore della Motorola a Pechino, a riunire per primo la nuova generazione di artisti pechinesi attorno alla sua libreria d'arte ricavata a "costo zero" dall'ex mensa della 798. Bernell fece conoscere via internet al mondo questa nuova classe di artisti indipendenti che nel frattempo iniziavano ad occupare i capannoni intorno alla sua libreria in cerca di notorietà.

La miccia era stata innescata: in pochi anni si trasferisce alla 798 "l’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino"; l'azienda immobiliare "7 Star Huadian" assume il controllo dei capannoni, facendone salire di dieci volte in tre anni il prezzo al metro quadro; viene istituita sempre tra gli hangar della 798, "l'Associazione dell'Industria Creativa e Culturale" (la prima nel suo genere in Cina) col fine di creare un nuovo "know how" artistico nel panorama industriale cinese.

Non c'era l'arte contemporanea in Cina? Ora è stata istituita. Per cosa? Per far crescere il PIL naturalmente. Fatto trascurabile è che gli artisti che si possono permettere degli spazi nella Factory sono sempre meno e che la concentrazione di Caffé, librerie d'arte, spazi dedicati ad eventi musicali, sfilate, fiere, studi di aziende sono invece sempre di più. Oggi, essere un artista della 798 significa saper rischiare ed investire su spazi che vedranno crescere sempre più il loro valore o che forse non ne avranno affatto: infatti è stato steso un piano alternativo per radere al suolo la Factory per costruire al suo posto uffici Hi-Tech ed appartamenti di lusso.

Sul muro dell'hangar affittato dall'artista Shao Fang c'è ancora la vernice sbiadita dello slogan di Mao che dice: "Alcune classi vincono, altre si estinguono, questa è la Storia". E la classe degli artisti cinesi? Dagli anni '50 si sono succeduti "artisti cinesi dirigenti", "artisti cinesi nomadi ed emarginati", "artisti cinesi occupanti", "artisti cinesi per istituzione". Ed eccoci ora agli "artisti cinesi investitori".

Tu l'avevi detto Mao: "Alcune classi vincono, altre si estinguono, questa è la Storia".