Documenti > Mondializzazione della Cina

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Il filosofo francese Jean Luc Nancy in un lavoro molto interessante ha coniato il concetto di Mondializzazione. Sappiamo tutti cosa si intende (o fra-intende) per Globalizzazione, che non è assolutamente un sinonimo del termine sopra citato.

Mondializzazione è la presa di coscienza del mondo di essere uno, ricco di differenziazioni, questo è certo, ma comunque un'entità unica, in grado di comportarsi come un soggetto a tutti gli effetti. Quella di Nancy, a mio modo di vedere, è più una potenzialità ideale che una realtà, ma è certo che potrebbero esistere i presupposti, per lo meno tecnologici per cui questo avvenga.

Questo modo di pensare è assolutamente innovativo, non c'è che dire, almeno considerando la fase tecnologico-mediatica (dove l'informazione è diventato il bene di produzione più prezioso) a cui il mondo è approdato. Il reale impedimento alla realizzazione politica di questo processo è in realtà costituito dalla differenziazione delle culture e dei sistemi giuridici del mondo e dal peso che il relativo passato storico riveste per esse stesse. Per mondializzare, fare mondo, comportarci da mondo, diventare un soggetto totale, sarebbe necessario uno sforzo ideologico di desoggettivizzazione da parte di ogni entità statale e persino individuale. Sarebbe necessario un atto di autosvalutazione culturale e giuridica in funzione di un unità complessa di cui poter essere partecipi. E ancora sarebbe necessario uno sforzo in una direzione per certi versi quasi "anti-democratica" di modo da "scomparire" tutti quanti dietro ad un ideale di unità tale da superare le inevitabili contraddizioni al suo interno.

E' evidente che questo processo può venire rappresentato in una pellicola cinematografica che mette in scena una sceneggiatura tanto utopistica quanto avveniristica. Un evento del genere non è ipotizzabile neanche di qui a cento, duecento anni considerata l'era di complessità giuridica e politica di cui siamo testimoni.

Sì, oggi la Mondializzazione non può che restare un concetto astratto, suscettibile di accostamenti alle potenzialità informatico-tecnologiche o a quelle delle Ong, o forse, chissà, un giorno anche a quelle politiche dell'ONU o della NATO. Quel che è certo è che uno scenario di un mondo che si accetta (nonostante le proprie contraddizioni e le proprie diversità) come un'entità complessa, ma legata, unita e per questo più importante delle sue singole parti, oggi può sembrare addirittura ridicolo da quanto folle. L'ideale della riuscita di un sistema olistico applicato alla società, ha avuto successo (almeno nel breve periodo, per poi quasi sempre fallire) a livello di singole (o multiple) entità statali, ma non certo mondiali.

O forse no.

Forse, andando a ritroso di 2227 anni, potremmo renderci conto che qualcosa del genere è realmente accaduto, e che soprattutto ha perdurato per tutta la fascia di tempo che abbiamo preso in esame. 2227 anni fa è realmente nata un'entità, che al tempo corrispondeva (per le sue componenti) al mondo intero, e che avrebbe mantenuto la propria unità ed unicità fino ad oggi.
2227 anni fa sarebbe nato un processo di Mondializzazione in cui il "Mondo" (per come lo si immaginava allora) avrebbe acquisito una soggettività unica e quasi personale che non sarebbe stata più compromessa.

L'imperatore Qin Shihuangdi, del regno di Qin (秦) nell'attuale provincia dello Shaanxi, nel 221 aC unificò la Cina, allora definita sia "Zhongguo" 中国 (Terra di Mezzo) che "Tianxia" 天下 (ovvero "Sotto un unico cielo", "Mondo").

I diversi staterelli che si erano combattuti fino ad allora in quello che viene comunemente definito il "Periodo degli Stati Combattenti" (476-221 aC) dovettero sottostare ad un unico imperatore, e così sarebbe stato - nell'avvicendarsi delle varie dinastie - fino alla Cina come la conosciamo oggi, ovvero un'entità statale complessa, di dimensioni mastodontiche, che però è rimasta unica e unita per un periodo durato appunto 2227 anni.
Liquidare la questione della longevità di un paese di queste dimensioni e di questa complessità parlando di casualità e accidentalità nei processi evolutivi della sua Storia, sarebbe di certo tanto superficiale quanto semplicistico. Semplicistico quanto lo sarebbe analizzare le scuole di pensiero (nate appunto nel periodo sopra descritto degli Stati Combattenti) della Cina Antica senza considerare il palcoscenico storico, socio-economico, politico e soprattutto demografico in cui sono nate.

Ripropongo il quesito: Come ha fatto la Cina a Mondializzare per 2227 anni? Come ha fatto un paese della vastità geografica e della complessità sociale di un continente (a tutti gli effetti), a rimanere "Sotto uno stesso Cielo" fino ad oggi? Da Italiano mi viene da pensare all'unità d'Italia (un paese la cui superficie supera non di molto quella dello Hebei), divenuto uno stato nazionale solo nel 1860, e l'Italia, in termini demografici potrebbe candidarsi al massimo come grande metropoli o piccola provincia della Cina, non di più.

Ma ritorniamo alla situazione storico-politica della Cina pre-imperiale.
Gli Stati del 战国 (Il Periodo degli Stati Combattenti) sono in lotta continua tra loro per acquisire il potere; è questo infatti un periodo di grande attività bellica condotta dai diversi principati per ottenere il predominio politico l'uno sull'altro, che si estende per gran parte della superficie cinese. Ed è questo il periodo in cui nascono le scuole di pensiero più influenti e caratterizzanti della cultura cinese.

Un tratto peculiare delle due più importanti, ovvero il Daoismo di "Laozi" 老子 e "Zhuangzi" 庄子e del Confucianesimo di Confucio e Mencio, oltre ad avere entrambe una forte connotazione pacifica, ad essere prescrittive per una condotta il più possibile innocua nei confronti del prossimo, è quello di puntare ad annullare l'invettiva e le scelte individuali che il singolo potrebbe fare nella società.

La conoscenza in Cina, come ci fa notare Francois Jullien, non nacque in forma ontologica, né metafisco-trascendentale, ma prescrittiva. Il modo di agire dell'uomo nella società, venne subito considerato come il terreno di ricerca più importante, molto più di domande teologico-teleologiche riguardanti le origini o la fine del Mondo (ciò che invece sappiamo accadde per la Grecia mitologica e filosofica).

Il "Wuwei" 无为 (concetto del non agire, e di non addentrarsi nelle vie tortuose della logica e del sofisma) di "Zhuangzi" 庄子, la conformità al "Li" 礼 (ad un rito sociale: ovvero un insieme di atteggiamenti formali in grado di permettere a chiunque, al di là del rango, di divenire 君子, "uomo di valore") Confuciano, sono solo due esempi delle potenzialità di controllo sociale che avrebbero potuto avere i precetti dell'etica cinese.

Senza dilungarci troppo sui contenuti della precettistica Confuciana e Daoista, ci basti però considerare che questi crearono tutta una serie di valori e disvalori sociali, di cui la Soggettività, intesa come iniziativa pratica personale, rientrava certamente tra i secondi. Questo non significa che la "cultura dell'agire" cinese nacque svalutando i sentimenti e le qualità dei singoli, ma che creò un sistema culturale in cui quello della totalità, intesa come unità (sociale, etica, politica e culturale), era un ideale molto più importante delle parti di cui era composto.

Verrebbe da pensare a questo punto che la Mondializzazione della Cina sia stato un processo reso possibile dalla scomparsa dell'autonomia razionale e spirituale delle sue parti (dei cinesi). Risulta quasi automatico concludere che un popolo del genere abbia fatto della creatività il demonio tentatore per ogni sgarro all'etica dominante; quasi che l'autonomia emotiva fosse sempre stato considerato il peccato supremo, di modo da creare un popolo di "formiche" zitte, e laboriose. E' sempre stata la soggettività davvero un peccato per la cultura cinese?

Max Weber ci viene incontro in merito con una considerazione che ci deve mettere in guardia: la Soggettività nell'analisi di fenomeni culturali corrisponde al grado d'interesse e alla forma dell'interesse che ricoprono per una tale persona che li analizza in una tale condizione Spazio-Temporale.

Questo significa che l'intendimento che abbiamo noi del concetto di Soggettività non è universale, ma il nostro, frutto della nostra cultura e del nostro intendimento della parola soggettività appunto.
Definiamo per convenzione la parola Soggettività (mettendo da parte l'aspetto puramente giuridico) come viene più facile intenderla ad una mentalità occidentale: la soggettività è il risultato, o l'effetto, delle azioni individuali prese autonomamente da ordini imposti dall'esterno. La soggettività in occidente quindi necessita di una "prova" che sia l'evidenza della sua effettuazione: una scelta soggettiva quindi, deve poter essere riconosciuta intersoggettivamente. Per esempio, se adesso dipingessi un quadro, quello sarebbe la prova, l'effetto del mio atto personale di soggettività. O ancora, nel momento in cui dicessi la mia opinione durante una cena con degli amici in merito ad una qualsiasi questione, avrei comunque prodotto l'effetto dialettico della mia soggettività, la sua prova empirica.

Ripropongo ancora una volta il quesito: E' sempre stata la soggettività davvero un peccato per la cultura cinese?

Secondo la definizione appena data sì: la soggettività intesa come intervento personale, separato e scomposto dalla collettività è nato come un comportamento culturalmente scorretto, come un atto al di fuori del concetto di "Adeguamento" 可 "Ke" al Rito di Confucio o al 道 "Dao" (la Via di Zhuangzi e Laozi). Questo chiaramente perché vi era insito il pericolo, anzi la certezza, della perdita del controllo sociale (del 天下, del "Mondo", come si diceva).

Ma ricordandoci di Weber (e dell'attenzione per le parole che ci ha insegnato Wittgenstein) se diamo al concetto di soggettività anche un'altra definizione convenzionale, di sensibilità più cinese per così dire, la risposta al quesito potrebbe cambiare.

Definizione alternativa-orientale di soggettività: la capacità creativa di vivere ed immaginare autonomamente eventi, immagini, ed oggetti provenienti dall'esterno, senza interferire con l'esterno medesimo. Il carattere ermetico e velato della poesia 唐 "Tang" (si pensi ai capolavori di 李白 "Li Bai" e 杜甫 "Du Fu") è un elemento che potrebbe aiutarci nella percezione di questo sentire differente.

秋浦歌   La Canzone di Qiu Pu

白 发 三 千 丈,
I miei capelli bianchi sono lunghi tremila piedi ormai,
缘 愁 似 个 长。
perché a tal punto è avanzata la mia inquietudine.
不 知 明 镜 里,
Non so davvero se nei miei occhiali lucenti,
何 处 得 秋 霜。
risplenderà ancora la brina dell'Autunno.

李白 Li Bai (699-762 dC)

La straordinaria apertura semantica che fornisce una poesia cinese permette più a chi legge di chi scrive di compiere un atto individuale di creatività (questo è solo un esempio di poesia 唐 "Tang", ma la poetica cinese fa delle suggestioni appena accennate il tratto estetico più rilevante in ogni sua fase storico-sociale). In questo senso la fruizione è un atto assai più soggettivo della composizione. In questo senso, la soggettività non ha più una "prova", non ha più un'effettuazione nel reale, ma rimane celata nei sentimenti di chi legge una poesia, guarda un quadro, un paesaggio o ascolta le parole pronunciate dal suo interlocutore.

Potremmo immaginare ogni cosa della poesia sopra riportata, crearne il mondo, il personaggio, i sentimenti, lo scenario, completamente a nostro piacimento. Quello che viene descritto non è altro che un suggerimento, un accenno di sublime semplicità.

E l'artista? L'artista è colui che ha la capacità di permettere che questo processo avvenga. Colui in grado di suggerire un concetto (visivo, poetico, razionale ecc ..) senza farlo completamente proprio, senza occludere ogni via all'interpretazione soggettiva ed immaginativa, ma al contrario aprendone il maggior numero possibile.

Va da sé che un'idea di soggettività di questo tipo è senz'altro più innocua di una che necessiti degli effetti il più possibile reali e sondabili empiricamente.

Va da sé che l'enfasi etica posta dal pensiero cinese su questa seconda via della soggettività nelle sue diverse scuole ai loro albori (abbiamo fatto accenni al Daoismo ed al Confucianesimo, ma il discorso varrebbe per molte altre) abbia permesso un controllo ideale sull'invettiva dei singoli insegnandogli ad essere prima parte di un tutto, parte del "Mondo" e solo poi a creare una vita interiore, mai rivelata.

E' probabile che i sentimenti di maggior intensità, i più creativi nella storia di questo popolo, sono morti con chi li ha provati. Forse le emozioni più forti che hanno provato le personalità più sensibili non sono mai state svelate: sarebbero rimaste il tratto peculiare della soggettività di chi le ha provate.

Non si può certo pretendere di spiegare in poche righe la straordinaria longevità storica della Cina, ma è certo che la svalutazione delle monadi di pensiero, della scomposizione dialettica e dell'agire individuale che hanno caratterizzato tutte le più importanti scuole Cinesi (persino quelle importate, come il Buddhismo Mahayana nel 70 - 50 aC) di certo hanno agevolato a livello etico e di certo politico, il processo di "Mondializzazione" che per proporzioni demografiche, solo la Cina ha saputo portare avanti sino ad oggi.